Una ricerca europea indica una continua crescita dei ricavi per il sistema calcistico internazionale. Ma la fetta dei ricavi televisivi si fa sempre più grossa, a scapito del ritorno economico sui territori

Un tempo considerato mero svago (prevalentemente maschile) della domenica pomeriggio o del mercoledì sera, nel corso degli anni il Calcio ha assunto la connotazione di una vera e propria azienda multinazionale, fatta di ricavi e fatturati. Numeri che, a dispetto della crisi, continuano a crescere per il gioco più bello del mondo.

La ricerca “Annual Review of Football Finance 2013” di Deloitte recentemente pubblicata, infatti, restituisce l’immagine di un comparto che continua a incrementare il proprio giro d’affari, almeno a livello europeo. I ricavi del calcio nel Vecchio Continente hanno raggiunto nel 2012 i 19,4 miliardi di euro (con una crescita del +11%): la ricerca ha concentrato l’attenzione sui cinque maggiori campionati nazionali d’Europa (Italia, Inghilterra, Spagna, Germania e Francia), e ha mostrato come la Premier League inglese abbia ricavato 2,9 miliardi (+16%), confermandosi  come il campionato più ricco. A seguire la Bundesliga tedesca(1,9 mld, ma con il +7% ha la crescita più alta), la Liga (1,76 mld, +3% di crescita) e poi la nostra Serie A (1,6 mld ma solo +1% di crescita, la più bassa), che rischia di essere sorpassata anche dalla Ligue 1 francese (1,14 miliardi ma +9% di crescita).

Al di là della crescita modesta del nostro massimo campionato, se paragonata a quella delle altre nazioni, a livello europeo il football sembrerebbe godere di ottima salute economica. Eppure, anche senza insistere su alcune criticità di tipo sportivo emerse dal rapporto di Deloitte (per esempio, in Francia il Paris Saint Germain dello sceicco Al Thani traina la crescita con i suoi 222 milioni di fatturato, mentre le restanti 19 società hanno visto ridursi i ricavi aggregati di 25 milioni; in Germania dominano Bayern Monaco e Borussia Dortmund a scapito delle altre formazioni, in Spagna lo stesso accade con Real Madrid e Barcellona), un dato non troppo esaltante, dal punto di vista del marketing territoriale, è indubbiamente rappresentato da una percentuale: 47%. È la percentuale sul ricavo complessivo rappresentata dai diritti televisivi, di gran lunga superiore al 20% costituito dalla vendita di biglietti per le partite, nonostante l'incremento del 5% a 1,9 miliardi.

Confrontando queste percentuali, infatti, appare evidente come i ricavi derivanti dal fenomeno calcio si spostino sempre più dai territori che ospitano gli eventi alle grandi emittenti: perché se è vero che è ormai diventata un’usanza abbastanza diffusa quella di seguire le partite di calcio in Tv da luoghi di aggregazione come pub e ristoranti (un’usanza più anglosassone che italiana, per la verità), è chiaro che la stragrande maggioranza dei ricavi da diritti televisivi deriva dagli abbonamenti e in generale dalla fruizione domestica delle partite di calcio. Che quindi si spostano sempre più verso luoghi immateriali, a tutto svantaggio delle città e dei territori teatro delle varie manifestazioni.

In Italia, in particolare, la situazione appare ancora più difficile sotto questo punto di vista. Innanzitutto perché da noi la percentuale dei ricavi dai biglietti scende al 12%, con un calo di spettatori negli stadi del 7% nell’ultimo anno.

Del resto, una ricerca di qualche mese fa sul mercato dei diritti televisivi nel mondo del calcio dal titolo “Presente in chiaro, futuro criptato” bocciava senza appello la percentuale dei ricavi da stadio in Serie A: se Premier LeagueBundesliga e Liga hanno il 25% di ricavi da stadio, infatti, il nostro campionato si ferma a meno della metà, nonostante Milan (141 milioni), Inter (138) e Juventus (132) siano al terzo, quarto e quinto posto a livello europeo per ricavi mediatici, dietro solo a Barcellona (178 milioni) e Real Madrid (159). Già a marzo 2011, inoltre, uno studio elaborato dalla Camera di Commercio di Monza e Brianza rivelava che l’indotto turistico generato dal derby milanese tra Inter e Milan valeva 11 milioni di euro, di cui circa 2,6 milioni per lo shopping e circa 6 milioni tra i servizi di ristorazione e alloggio per i tifosi provenienti da lontano. Ma la stessa ricerca rivelava anche che il brand internazionale dello stadio Giuseppe Meazza di San Siro, unito a quello delle due squadre milanesi, valeva circa 28 miliardi di euro come ritorno di immagine internazionale per Milano: una cifra più che ragguardevole, ma inferiore di circa un miliardo rispetto al valore registrato appena due anni prima.

I segnali di uno spostamento dei ricavi economici per il calcio verso la “realtà virtuale” degli schermi televisivi sembrano dunque ineluttabili. E anche se i grandi eventi come la finale di Champions League generano ritorni economici territoriali notevolissimi (circa 50 milioni per la città ospitante, oltre ai 100 milioni derivanti dagli spettatori da pub in giro per il mondo), rimane il dubbio che la polarizzazione sempre più marcata verso i grandi club e le grandi competizioni rischi di nuocere all’aspetto più territoriale e sociale del fenomeno calcio.

 

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