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I bambini stanno bene. Ogni mattina di quarantena questo è il mio primo pensiero. Il mondo soffre, migliaia di persone muoiono senza sosta, ma gli innocenti della strage questa volta non sono i bambini.

Ci penso ogni santo giorno, quando mi alzo in silenzio mentre i miei due cuccioli ancora dormono con il papà che non deve stare dietro allo smartworking, perché il negozio in cui lavora praticamente ha chiuso. Ci penso mentre mi vesto al buio e metto su il caffè, attaccando il computer per le prime email. E ci penso ora che sono attorno a me, mentre gridano giocano mangiano ridono ed esigono la mia attenzione. Sono vivi e stanno bene.

Se così non fosse stato, vivremmo in un incubo ancora più cupo. Le corsie degli ospedali sarebbero piene non solo di malati e morituri, ma anche di genitori disperati che non potrebbero accettare di lasciare soli i propri figli, di piccole Cecilie inermi portate in braccio da madri rassegnate e dignitose, di padri che provano a inventare storie di vita in un presente fatto di morte. Le abbiamo già vissute queste scene, da Manzoni a Benigni, fino ad arrivare ai reportage sulla Siria, ma mai così da vicino.

E se oggi riusciamo a digerire la quarantena evitando il panico forse è perché i bambini sono salvi, e anche i giovani e gli adulti sani e robusti sono quasi sempre fuori pericolo.
Abbiamo tutti paura, ma credo che la consapevolezza che il male per ora attacchi soprattutto alcune fasce di popolazione ci lasci ancora troppo tempo per concentrarci sulle priorità sbagliate. Cosa preparare da mangiare, quali acquisti fare su Amazon, come guadagnare con la propria attività in un momento di rallentamento come questo, in che modo preservare il proprio piccolo orticello. Da più parti ci diciamo l’un l’altro che siamo in guerra e che la vinceremo perché siamo un grande Paese, ma non è vero: non siamo in guerra. Chi è in guerra non si guarda i tutorial su come impastare la pizza. Per ora siamo semplicemente in uno stato di calamità che ci pone forti limitazioni e non siamo noi quelli che stanno male, non sono neanche i nostri figli. Certo è difficile lavorare da casa ora, perché questo non è lo smartworking "normale" di aziende al passo con i tempi che permettono ai dipendenti di collegarsi da remoto due giorni alla settimana. Questo è un unicum di casa e lavoro, in cui i piani si fondono 24 ore su 24, con volti di bambini che entrano in videochiamata e portatili che scivolano sul tavolo apparecchiato per il pranzo.

Per un genitore come me, che ha sempre cercato di tenere insieme tutto, carriera e famiglia, oggi le giornate non sono più to do list organizzate, ma una confusione globale di piani, e soltanto un allenamento di anni, fatto di pazienza e di quelle soft skills che la maternità fortifica, mi permette di resistere. Oggi sono molto più stanca di 20 giorni fa, ma comunque grata. Voglio solo essere certa di non scordarmi chi sono le persone che stanno male, ossia tutti coloro che sono in ospedale e che in buona percentuale moriranno presto, in solitudine.

Non siamo medici, infermieri, amministratori, volontari o appartenenti alle forze dell’ordine, non rischiamo la vita per gli altri e quindi i nostri compiti sono sostanzialmente due: fare beneficenza e immaginare il futuro.

Tutti noi come cittadini possiamo donare, regalare, aiutare, nel modo in cui preferiamo, e sulla piattaforma Covid19 Italia Help  c’è un’utile guida alle raccolte fondi organizzate in questo periodo, città per città. Ogni contributo è prezioso, indispensabile, anche se sono le grandi aziende e le grandi nazioni a dover fare la differenza in questo momento.

E noi, operai della comunicazione, dobbiamo fermarci a riflettere, in particolare sulla fiducia che riponiamo nel prossimo e sull’eticità delle nostre azioni. È adesso che bisogna creare i nuovi paradigmi, non domani: non possiamo permetterci di mettere in pausa il lavoro incessante dei nostri cervelli di creatori di scenari. In questo tempo ritrovato c’è tanta ricchezza, dobbiamo saperla organizzare affinché tutti siano invogliati a modellare i valori condivisi e il senso di comunità che oggi viene testato.
È arrivato il momento di pensare in grande. Presto chiuderemo il capitolo Coronavirus, ma ci aspettano tanti altri appuntamenti con scadenze ravvicinate. Sforziamoci di immaginare già ora le risposte, perché i bambini crescono in fretta e devono continuare a stare bene.

 

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