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Da quasi otto anni, la linea editoriale di questo giornale è improntata su un concetto chiave: l’ottimismo. Il turismo, i viaggi, i sistemi territoriali, le politiche di sviluppo portate avanti a livello locale e globale non sono certo temi esenti da polemiche e difficoltà, ma su queste pagine abbiamo deciso di tenerle fuori. Non perché pensiamo che queste polemiche e queste difficoltà siano irreali, né tantomeno perché vogliamo chiuderci in una bolla e convincere noi e i nostri lettori che va tutto bene.

No, la nostra linea ottimistica deriva da due considerazioni molto concrete: ci sono moltissime notizie positive in questo settore e poco tempo per diffonderle. Quindi, dovendo fare delle scelte, abbiamo deciso di concentrarci solo su quanto di buono emerge dai territori.

In questi giorni, però, il nostro ottimismo editoriale è messo a dura prova. Ovviamente a causa dell’emergenza sanitaria legata al Coronavirus. Prenotazioni cancellate, treni sospesi, eventi rimandati o annullati, destinazioni che bloccano gli arrivi internazionali ma anche nazionali: l’elenco delle conseguenze del covid-19 sul turismo è già lunghissimo e in continuo aggiornamento.

In un contesto del genere, trovare spunti rassicuranti è un’impresa complicata. Come riportato una settimana fa da L’Agenzia di Viaggi, una ricerca del World Travel & Tourism Council ha spiegato che “la capacità del settore di tornare ai livelli pre-crisi è passata dai 26 mesi del 2001 (anno delle Torri Gemelle) ai 10 mesi del 2018”. Il WTTC ha preso in considerazione 90 momenti di crisi tra il 2001 e il 2018 (dalla Sars allo tsunami, dal terrorismo ai disastri aerei), arrivando a dimostrare che il settore turistico è sempre più rapido nella sua resilienza.

Tuttavia, ad essere sinceri fino in fondo, anche questa ricerca ha due controindicazioni per quanto riguarda l’Italia: è stata svolta prima dell’arrivo del contagio nel nostro Paese (così come altre ricerche, ad esempio quella di Assoviaggi Confesercenti pubblicata venerdì scorso) e i casi che cita non hanno mai coinvolto se non indirettamente il territorio italiano. Anzi, in alcuni casi si può dire che l’Italia ci aveva persino guadagnato: pensiamo soprattutto alle crisi politiche e sociali nei Paesi nordafricani, così come agli atti terroristici all’estero che da noi hanno fatto crescere il turismo domestico. La crisi legata al Coronavirus in Italia è quindi un evento senza precedenti, almeno in tempi recenti, e non abbiamo modo al momento di prevederne sviluppi, esiti e, naturalmente, la conclusione.

C’è dunque una sola cosa che, in quanto comunicatori e in quanto italiani, possiamo dire oggi: non lasciamoci abbattere. Non dividiamoci, non azzuffiamoci tra di noi, ricordiamoci che il problema non è “solo” cinese o italiano, è di tutto il mondo, anche se forse da noi vengono effettuati più controlli rispetto ad altri Paesi. Questo è il momento di rimanere tutti dalla stessa parte, per far sì che le autorità sanitarie svolgano il proprio lavoro in un clima di fiducia e incoraggiamento. Nei prossimi mesi potremo valutare meglio i danni e impegnarci per ripararli, ma al momento è inutile perdere tempo in polemiche e critiche.

Seguiamo i consigli dei medici, stiamo attenti senza cadere nella paranoia, evitiamo di diffondere il panico e non diffidiamo del prossimo, anzi proviamo a fare quello che possiamo per aiutare le nostre comunità. Dimostriamo che gli italiani sono sì il popolo dei mille campanili, ma che quando è necessario sappiamo mettere da parte ogni divisione e lavorare tutti insieme per ricostruire. Lo abbiamo fatto in passato, anche per situazioni molto più gravi, e non sarà certo il Coronavirus a uccidere il nostro ottimismo.

claudio pizzigallo

Claudio Pizzigallo

Twitter @pizzi_chi

 

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