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Un’analisi dell’Isnart conferma la sensazione di molti operatori del turismo di casa nostra: i 49 siti patrimonio dell’umanità presenti in Italia sono un grande potenziale, ma non adeguatamente sfruttato

 

L’Italia è il Paese con la più alta percentuale di siti dichiarati Patrimonio dell’umanità dall’Unesco: questo, ormai, è noto a molti se non a tutti. 49 siti e quattro associati alla categoria dei beni “immateriali” (l’opera dei Pupi siciliana, il canto a tenore dei pastori sardi, l’artigianato dei liutai cremonesi e la dieta mediterranea). Un potenziale straordinario, ma – come spesso accade – non adeguatamente sfruttato dal nostro sistema turistico.

Secondo uno studio dell’Isnart, i 302 Comuni italiani interessati dal patrimonio Unesco possono contare su un ovvio effetto positivo dal punto di vista turistico ed economico: nei territori coinvolti ci sono circa 23.000 strutture ricettive e più o meno 710.000 posti letto, pari al 15% del totale dell’offerta esistente in Italia. I dati dell’Isnart confermano che in questi siti le performance turistiche sono generalmente migliori: nel 2011, nel 2012 e nei primi sei mesi di quest’anno, il tasso di occupazione delle camere è stato quasi sempre nettamente maggiore, per tutto l’anno, con le differenze (nell’ordine del +15-20%) che si manifestano nei mesi prima e dopo l’estate. Buona destagionalizzazione, dunque, e buona dimestichezza con il web, considerato che oltre il 71% delle strutture ricettive prevede il booking on-line, contro il 64% delle altre destinazioni.

Nonostante questi dati positivi, tuttavia, non sembra esservi un vantaggio anche per quanto riguarda la spesa dei turisti: la differenza della spesa media sul territorio è di meno del 5% (pari ad appena 3 euro in valore assoluto); ancora minore, nel caso della spesa per alloggi. Più significativa la maggior spesa per il viaggio, a testimonianza che il differenziale di attrattività dei “siti Unesco" risulta forte nel caso della domanda internazionale.

 

I siti Patrimonio dell’Umanità Unesco italiani attirano turisti, anche stranieri. Ma il tutto non si traduce in entrate, almeno non in misura pari alle potenzialità della nostra straordinaria offerta di cultura, arte e anche natura.  Abbiamo una miniera che si chiama turismo e non la sappiamo sfruttare. E’ uno dei temi ricorrenti, in ogni dibattito sul declino e sulla possibile ripresa del Belpaese. E lo studio Isnart (Istituto nazionale di ricerche turistiche) sull’andamento della richiesta, dei flussi e delle entrate dei 49 luoghi che fanno parte dell’Unesco World Heritage - lista in cui l’Italia detiene il primato assoluto di presenza, con i 5 per cento sul totale mondiale - sono la conferma.

Quarantanove siti, dunque, oltre ai quattro associati alla categoria dei beni "immateriali". Un grande patrimonio collocato sul territorio di 302 comuni: quasi tutte le grandi aree urbane da Roma a Genova, Venezia, Firenze, Torino, Milano e Napoli; molte città di medie dimensioni, da Pisa a Siena a Verona a Ferrara e Mantova; poi, un gran numero di piccoli comuni collocati in contesti di grande pregio artistico o naturalistico, come la Costiera Amalfitana, la Val d’Orcia e le Cinque Terre.

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